Mons. Matteo Maria Zuppi – 2 agosto 2017 – 37° anniversario della strage

37° anniversario della strage alla Stazione di Bologna

Mercoledì 2 Agosto 2017

nella chiesa parrocchiale di San Benedetto

“Consolate, consolate il mio popolo”, invita il profeta Isaia. Ascoltiamo queste parole oggi ricordando una ferita insopportabile, dolorosa a distanza di tanti anni, perché il tempo in realtà non lenisce o fa passare il dolore, anzi, qualche volta lo rende più profondo e acuto con una percezione fisica della definitività così difficile da accettare. E’ la ferita per la perdita dei nostri cari ma ancora di più per il modo con cui questa è avvenuta. Dopo il terribile scoppio che ha inghiottito le loro vite non c’è stata la ricostruzione desiderata e dovuta. Insieme a loro ricordiamo anche tutte le persone che ne portano ancora le conseguenze nel corpo e nell’anima. Ma in fondo la strage ha segnato la vita di tutta la nostra città in maniera indelebile. Non vogliamo e non possiamo dimenticare. È vero che sarebbe un tradimento di quanti ne sono state vittime. L’amore diventa ricordo e il loro sangue ci chiede di fare tutto il possibile perché quanto successo non avvenga per altri. Lo abbiamo fatto poco fa con il ricordo istituzionale, esigente come non può non essere da chi attende giustizia e non vuole arrendersi che questa non ci sia. Lo faremo con la bella iniziativa di quei ottantacinque narratori che hanno raccolto tanti frammenti della storia delle persone uccise nella strage. Essi racconteranno in vari luoghi della città la storia di quei nomi, ci ricorderanno che sono ognuno una persona, una vita, quella vissuta e quella rubata dagli assassini.
Ma cosa può mai consolare chi ha perso tutto? E come Dio consola gli uomini che sperimentano la forza terribile del male, vigliacco, osceno nelle conseguenze e nelle tante complicità, insidioso perché non si fa riconoscere e,purtroppo, non troppo combattuto, addirittura favorito, motivo che lo rende temibile e sempre pericoloso?Il male si nutre dell’indifferenza, cresce nell’individualismo, quando cioè il destino dell’altro non mi interessa, non lo sento mio, lo guardo come un estraneo, al massimo posso avere qualche solidarietà, ma sempre da spettatore, come fosse un problema suo e non nostro. Per voi la consolazione avvenne fin dal primo momento dopo quei terribili momenti. (Non ci stanchiamo di chiedere, con umile fermezza, a chi sa qualcosa di dirlo, di liberarsi, di trovare un modo per aiutare a consolare qualcosa che non trova consolazione. Farlo è un dovere e un debito che essi hanno. Farlo aiuta e mitiga un giudizio severo sulla loro vita, perché oltre quello degli uomini e della coscienza personale c’è il giudizio di Dio). Ad una forza di distruzione si contrappose subito una energia straordinaria di amore, di dedizione, di generosità, istintiva, commossa, umanissima. Tutta la città si mobilitò e si unì, si sentì partecipe e tutti furono come parenti delle vittime e sentirono quelle persone come fossero i propri familiari. A distanza di anni è ancora così. Quante lacrime vedere quei nomi! Ecco cosa significa solidarietà: aiutarsi, non lasciare soli.
Consolazione è quanto fece – è uno dei tantissimi esempi possibili –  don Guido Franzoni che mobilitò decine di persone per adottare 85 bambini in Uganda, Kambuga, cui dette come secondo nome quello delle vittime. Consolazione non è solo lenire il dolore, ma trovare delle risposte, sapere trarre dal male una forza di vita che così lo sconfigge. Quello che chiedono i nostri morti non è la vendetta, ma giustizia, fraternità, solidarietà. Non smettiamo di cercarla. Intanto la doniamo agli altri anche per le vittime delle troppe stragi che in tante città oggi Caino prepara, con la solita complicità di tanti, di quella belva umana che ancora non è contenta perché non ha imparato a vivere senza ammazzare. Non vogliamo consolazioni finte, di convenienza, che in realtà irritano e feriscono ancora di più, come le promesse non rispettate perché perse nel grigio della burocrazia, dove nessuno è responsabile.Vogliamo risposte vere.

E Dio? Dio consola come il migliore amico, facendoci vicino e ispirando sempre un amore umano, più forte del male e della paura, di qualsiasi logica di divisione, di pregiudizio, di contrapposizione. Gesù è la consolazione di Dio. È pagata con un amore fino alla fine, così diversa dalle consolazioni facili, distaccate, paternaliste!Nel Vangelo commenta due fatti della cronaca di allora e ogni episodio simile di oggi. Avevano provocato tanti morti, uno causato direttamente dagli uomini, l’uccisione, l’altro il crollo di una torre. Gesù ammonisce tutti a convertirsi. Invita a fare tesoro di quanto avvenuto per cambiare, per non credersi protetti naturalmente dal male, per rendersi conto, per fare in modo che non avvenga più per altri e per certi versi, quindi, anche per noi. Convertirsi significa costruire ponti, cercare sempre la via del dialogo e non accettare mai muri che separano e fanno crescere le radici dell’odio. Convertirsi è non tollerare nessuna complicità con il male, come, ad esempio,la corruzione, la logica mafiosa che inizia con il sottile piegare il pubblico all’interesse personale o alla convenienza, economica, di ruolo, di considerazione. Convertirsi vuol dire non smettere di provar orrore di fronte al male, qualsiasi esso sia, anche in luoghi di cui non sappiamo nulla e costruire una convivenza giusta, anzitutto compiendo il proprio dovere. Convertirsi vuol dire rifiutare qualsiasi pregiudizio, l’intolleranza, la violenza nelle parole o l’aggressività banale delle parole, peggio se scagliate nell’anonimato di internet. Convertirsi significa non sciupare le opportunità, non ingannare con mezze verità, con la furbizia, prendendo in giro con parole vuote e promesse che sappiamo non mantenere. Convertirsi significa anche cercare sempre e comunque il bene comune.

C’è, però, una consolazione che nessuno di noi può dare, che solo Dio poteva offrire, di cui ogni uomo ha desiderio: la vita che non vediamo, la vita oltre la vita. È la consolazione che tutti, tutti cerchiamo e che la fede aiuta a vedere e capire. È quella di Maria Maddalena che piangeva come tutti accanto al sepolcro della persona che amava, alla vita perduta, al limite della morte, e le cui lacrime vennero asciugate nella prima domenica, quando sperimentò la speranza più forte del male.

Amiamo anche noi così, dando e trovando consolazione aiutando gli altri, amando il nostro paese e la casa comune che è il mondo intero, cercando che non accada più e ricordando che c’è una strage della stazione ogni giorno in quella guerra a pezzi che tante forze del male hanno causato e alimentano. E tutti possiamo e dobbiamo fare molto.

Signore, Pastore buono, che porti gli agnellini sul petto e conduci dolcemente le pecore madri, ti preghiamo consola quanti hanno visto la morte abbattersi accanto a sé. Tu ricostruisci il tempio santo che è il corpo di ogni uomo e risusciti dopo tre giorni perché la morte non sia più l’ultima parola. Signore insegnaci a non arrenderci mai alla logica del male, a saperlo riconoscere e combattere con la forza e l’intelligenza dell’amore, scegliendo sempre la via della solidarietà e del bene comune. Disarma i cuori intossicati dall’odio, dalla violenza, dal pregiudizio perché nessuno muoia per colpa di mano assassine. Consola, aiutaci a consolare e a cercare sempre la misericordia e la giustizia per aiutare chiunque è nella sofferenza.

Condividi:Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Email this to someone

Iscriviti alla newsletter

* campi obbligatori