BALLI-DI-SEGNI La danza al centro del processo di inclusione sociale

BALLI-DI-SEGNI
La danza al centro del processo di inclusione sociale
Un progetto, un percorso, un’esperienza partita in sordina, ed anche con una buona dose di incoscienza ma carica di forti desideri che quasi raggiungevano la sfida, si è conclusa con un evento spettacolare di forte valore sociale. Questa è la sintesi di un corso sperimentale che è entrato a far parte della mia vita professionale quasi per caso, ma nel momento esatto in cui le mie ricerche, i miei sforzi artistici stavano andando in quella direzione.
Così un anno fa il Servizio Educativo Territoriale di Bologna, dopo aver visto alcuni spettacoli dell’associazione 8cento realizzati con la presenza di un’interprete Lis a fianco della lettrice, mi ha contattata per poter realizzare una serie di incontri di danza rivolti ai non udenti seguiti dal Servizio. Fin da subito è stata per me chiara l’idea di lavorare sull’inclusione sociale, tema molto presente e trasversale a tanti ambiti, dall’immigrazione, alla scuola, al lavoro, sempre molto dibattuto ma poco praticato.
A Bologna siamo fortunati, le istituzioni hanno dato e danno molto spazio alle politiche di inclusione comunitaria, non solo con l’organizzazione di seminari, convegni anche in collaborazione con l’Università, non solo con la comunicazione attraverso i nuovi media, ma anche attraverso progetti di sperimentazione tesi ad attivare buone pratiche per favorire il percorso di integrazione. Tuttavia c’è ancora molto da fare, occorre supportare ancora di più, con personale adeguato, enti, istituzioni pubbliche e private per permettere a tutti di essere inseriti nel contesto sociale nel modo più naturale possibile.
Ma un conto è leggere o ascoltare interventi in merito, un conto è trovarsi a gestire una situazione.
La comunità dei sordi, costituita da una popolazione considerata svantaggiata in quanto i membri appartengono ad una minoranza linguistica considerati disabili, si inserisce perfettamente in tale processo di inclusione sociale, contemplando un percorso di apprendimento nell’ambito delle capacità sociali, relazionali e affettive, di interazione, di partecipazione e soprattutto di miglioramento di sé.
L’attivazione di un corso per non udenti significava offrire una bella occasione di inclusione sociale attraverso la pratica della condivisione artistica, nel mio caso la danza sociale. Ho desiderato che il corso fosse aperto anche agli udenti, e così ho dato la possibilità ai soci di 8cento (l’associazione culturale di danza storica di cui sono direttrice artistica) di poter partecipare. Sei i ragazzi non udenti, tutti maschi, e sette i soci di 8cento, sei presenze femminili ed una maschile. Lezione dopo lezione, siamo passati dal pensiero dell’incapacità di poter dialogare con persone che usano un linguaggio diverso dal tuo, alla realtà di scambiarsi reciprocamente emozioni attraverso il corpo. L’idea per noi è stata quella di spogliarsi del nostro linguaggio verbale per scoprire modalità nuove di comunicazione, e non come spesso succede di esigere l’adeguamento del disabile al nostro sistema linguistico, sociale e culturale.
Parte integrante delle nostre lezioni è stata la preziosa assistente alla comunicazione e all’autonomia per le persone sorde straniere che hanno frequentato l’intero percorso. L’assistente, utilizzando la LIS (lingua dei segni italiana), ha permesso di spiegare in modo tecnico e approfondito alcuni aspetti della danza, gli obiettivi dei movimenti e soprattutto la storia delle musiche e dei balli come potevano essere i valzer della famiglia Strauss. Un background musicale e culturale che appartiene a noi udenti, ma che manca completamente a quello dei sordi.
La combinazione di gesti, segni e sguardi spesso casuali da parte di noi udenti, la volontà di farsi comprendere da parte di tutti verso tutti, la predisposizione totale di ogni corpo rivolta a comunicare concetti e idee, banali o profondi che fossero, la ricerca continua di un linguaggio comune, l’uso eccessivo dei gesti, le risate dopo segni inventati con l’uso delle mani in compagnia di intonazioni scoordinate e suoni spesso acciaccati, abbinati ad un’inaspettata capacità di abbracciare i corpi e volteggiare insieme, alla sorpresa di vedere coppie che a tempo di musica magicamente danzassero, alla rivelazione di essere in perfetta sintonia, alla ricerca di una musica interiore, nuova e condivisa che permettesse a tutti i presenti di creare movimenti, figure e coreografie…ecco tutto questo è stato semplicemente intenso.
La musica che passava attraverso la gestualità, una stretta di mano, il cingere la vita del partner, l’accompagnare con una carezza per direzionare il movimento; l’intensità del gesto che permetteva di dosare la forza e la dolcezza del movimento acquisito; la fluidità del movimento che dopo ogni respiro scioglieva le tensioni corporee abbinati alla piacevolezza da parte degli udenti di essere arricchenti verso chi è meno fortunato, e allo stesso tempo arricchiti dal fatto di vivere un’esperienza emotiva importante e conoscere la potenza della danza come linguaggio universale e movimento primordiale, e alla felicità da parte dei non udenti di essere coinvolti in modo naturale in un gruppo, di essere riconosciuti come persone appartenenti alla stessa comunità capaci di regalare nuove emozioni, di essere integrati senza alcun limite sociale, sono stati gli ingredienti unici e segreti di una perfetta sinergia, i sordi ci hanno insegnato a vedere e riconoscere i passi della danza in maniera più approfondita, in un piacevole scambio di apprendimento.
Il percorso che si è svolto con otto incontri di due ore ciascuno a cadenza mensile si è concluso con un grande evento spettacolare che ha dato visibilità al lavoro svolto – il Gran Ballo dell’Unità d’Italia in Piazza Carducci realizzato con l’interprete Lis a fianco della lettrice – non solo per l’associazione 8cento che si è caricata della responsabilità artistica vincendo una grande sfida, ma anche per il Servizio Educativo Territoriale e per la città di Bologna, senza considerare il forte significato emotivo che questi sei ragazzi hanno vissuto durante gli incontri culminati con i settanta minuti di spettacolo in cui si sono trovati parte del gruppo.
Una modalità di inserimento sociale alquanto nuova, certamente particolare, che ha raggiunto pienamente il suo obiettivo con semplici processi naturali di uso del linguaggio del corpo, grazie alla fiducia dell’educatrice Iolanda Giannossa del Servizio Educativo Territoriale. 8cento tuttavia è pronta a migliorare la propria attività nel caso in cui fosse richiesto un nuovo ciclo di incontri, insieme all’assistente Agnese Michelini dell’associazione Lis Learning, sempre aggiornata sui nuovi ausili e le nuove tecniche in continua evoluzione.

Alessia Branchi

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